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May
13th
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Viva la popolarità, anzi no: abbasso la popolarità

- […] I guadagni arriveranno puntuali insiemi ai lettori: saranno la giusta ricompensa di un buon lavoro. Per ora mi levo qualche soddisfazione ma un giorno mi daranno da mangiare e mi permetteranno di migliorare i miei servizi per offrire molte più possibilità ai miei utenti!

Lo diventerò nella mia terra dove oltre a 5000 abitanti ne avrò decine di milioni su uno schermo che potranno apprezzare, se vogliono, il mio lavoro. Le loro critiche mi faranno crescere, le loro lodi mi diranno: “stai facendo bene continua così”! -



Qualche domanda affiorata alla mente dopo la lettura di questo post da cui ho preso la citazione:
Ma diventare editore indipendente online equivale più a diventare “boss di se stessi” o schiavi del senso comune? Se l’obiettivo è produrre ricchezza col blog, perché mascherare tale scopo con una make-up luccicante di indipendenza, libertà, servizio alla comunità, ecc…? Com’è possibile conciliare la libertà di espressione con le keyword che pagano di più? In che modo si coniugano indipendenza e ricerca di popolarità e consenso?
Cosa stabilisce l’equazione tanti lettori = buon lavoro? Non ci insegna forse la TV che spesso è più valida l’espressione tanti ascoltatori = tanta spazzatura? Questa estenuante ricerca di diffusione e consenso non rende sempre più somigliante la rete ai media tradizionali? E’ giusto cercare di diffondere il più possibile i propri contenuti, o non sarebbe forse il caso che le persone cominciassero a sbattersi, a cercare, rischiando di incontrare contenuti che non si incastrino perfettamente nel proprio orizzonte culturale? E da qui il passo purtroppo è breve… che ricchezza culturale porta con se l’algoritmo di indicizzazione basato sulla popolarità? Popolare è uguale a positivo? Se in una classe elementare si basassero sul criterio di popolarità, non sarebbe la ricreazione la materia “migliore”?